domenica 21 ottobre 2012

Lingua e dialetto in Val d'Ossola, e i caratteri preistorici del dialetto Ossolano


http://pqlascintilla.ilcannocchiale.it/2012/10/21/lingua_e_dialetto_in_val_dosso.html

21 ottobre 2012 * CULTURA


Lingua e dialetto (in Val d'Ossola)

Giorgio Quaglia

Foto Comune di Varzo

Alla fine del 1979, sul numero 4 de “La Scintilla” (la rivista del Circolo culturale Pier Paolo Pasolini, che ha dato nome a questo blog), iniziò la sua collaborazione Luigi Pagani, funzionario delle ferrovie, ex presidente della Pastorale di Domodossola, appassionato studioso dei dialetti (ossolani in particolare) e dell’ influenza che i medesimi ebbero nella nascita e nello sviluppo di un popolo e di conseguenza di una cultura. Il tema, infatti, rientrava fra quelli importanti che il Circolo si era ripromesso di trattare, sia per quanto fosse stato a cuore anche al medesimo “Poeta di Casarsa” (che ne aveva fatto oggetto delle sue giovanili composizioni e considerazioni in particolare legate al Friuli), sia perché la “scomparsa” dei dialetti aveva rappresentato una delle tragiche conseguenze dello ‘sviluppo’ e del consumismo. La morte prematura di Luigi Pagani, non consentì però l’espletamento dei suoi studi e di conseguenza della collaborazione con “la Scintilla” che pubblicò nel numero successivo un altro suo articolo (un terzo rimase inedito poiché anche la rivista interruppe le sue uscite).

In sua memoria e per mettere a disposizioni di esperti e cultori un materiale “prezioso” per originalità e profondità di analisi, abbiamo così deciso di riproporlo; riportiamo dunque di seguito quel suo primo contributo, da considerarsi un’ampia premessa, già di per sé analitica.



I caratteri preistorici del dialetto Ossolano

Luigi Pagani


Foto Comune di Varzo

Il dialetto, che una falsa cultura ha tentato di sradicare (in parte riuscendovi), ma che fortunatamente – almeno in zone di emarginazione – ha resistito agli snobismi antipopolari proprio in virtù di una libera e genuina espressione di popolo, rimane spesso il più attendibile filone da seguire nella ricerca comparata delle culture. Se i popoli europei si presentano oggi linguisticamente differenziati, soprattutto secondo le separazioni naturali ( orografiche ed idrografiche, di bacino e di versante), proprio dai rispettivi dialetti, il substrato delle lingue ufficiali, possiamo ricostruire vicende e processi di contatto, di influenza reciproca, di mescolanza di culture, di colonizzazioni pregresse e – per converso – dedurre il diverso grado di conservazione di caratteri originari e per così dire aborigeni.
Fatto fondamentale, nella storia e preistoria europea, è la massiccia colonizzazione aria o indoeuropea di provenienza orientale. Essa però, venuta a contatto con le popolazioni indigene, non sovrappose “sic et simpliciter” la sua cappa di dominazione, la sua lingua e i suoi costumi, ma dovette introdurre e adattare alla sua parlata (forse per questo differenziatasi secondo i singoli impatti con le diverse popolazioni stanziali) anche gli elementi preesistenti presso le stesse, sulle quali andavano gradatamente imponendosi.

frazioni di Colloro (Premosello Chiovenda)

Il difficile sta proprio nel districare i temi autoctoni (cosidetti liguri o mediterranei) da quelli indoeuropei sopravvenuti, per verificarne le rispettive frequenze nei singoli idiomi, indizio della misura di una colonizzazione più o meno diretta e intensiva. Difficile però non vuol dire impossibile, poiché un metro esiste ed è la lingua basca; quella che più d’ogni altra si è preservata dalle contaminazioni esterne e risalente all’età della pietra. Quando nel basco troviamo composti e derivati di un tema che invece risulta isolato e “senza connessioni attendibili” sui dizionari etimologici, o che venga definito dagli stessi come “mediterraneo, ligure e preindoeuropeo”, ci troviamo normalmente in presenza di questi “fossili” linguistici, dalla cui frequenza potremo giudicare l’antichità di una lingua o di un dialetto e il conseguente grado di conservazione di un popolo rispetto alle sue origini.
Per cominciare notiamo subito che le popolazioni insidiatesi in regioni meno ambite e praticabili, ad economia più difficile legata alle risorse dell’ossatura montana preesistente (anche geologicamente), ai grandi piani e fondo valli alluvionali, meta di successive conquiste  e colonizzazioni, presentano affinità di fondo e caratteri più arcaici, che potremmo definire autoctoni. Popoli alpini, appenninici, pirenaici, cantabrici e caucasici, malgrado la loro distanza, non a caso si trovano accomunati originarie analogie etnico-linguistiche, con fondi lessicali che – sia pure in diversa misura – sono arrivati fino a noi attraverso i dialetti, più che nelle lingue ufficiali, e più ancora nei toponimi. A questo riguardo, anzi, la dizione dialettale dei toponimi, comunemente ritenuta una corruzione di qualche originario tema indoeuropeo, si rivela invece la più autentica. Corruzione, se mai, sono proprio quegli adattamenti aulici introdotti dalle lingue ufficiali politicamente imposte, che hanno voluto “aggiustare” ogni toponimo trovato sul posto secondo assonanze e significati della propria tematica indoeuropea, la quale non ha nulla a che vedere coi temi d’origine: vere e proprie forzature e storpiature in funzione di un senso e di un suono avvicinabili alla propria lingua ma arbitrario e del tutto estraneo al senso e al luogo delle denominazioni date dagli autoctoni ai loro luoghi d’origine.

frazioni di Colloro (Premosello Chiovenda)

In questo contesto il dialetto ossolano ha molto da dire. Esso ci fornisce un prezioso recupero culturale atto a testimoniare i più antichi legami di fondo tra le popolazioni europee. In esso si sono decantati temi paleo europei, che potremo analizzare in studi successivi, in una misura nettamente superiore alle lingue e ai dialetti circostanti; segno di un habitat sostanzialmente originario, che solo in questo secolo si è trovato sottoposto agli innesti e apporti forestieri di fondovalle, prima con l’apertura del Sempione, poi con gli insediamenti industriali. Una “contaminazione” certamente attiva e operante, che ha aperto i confini dell’Ossola alpina e l’ha arricchita di altre componenti di vario genere (etniche, socio-economiche, di costume, di carattere, avendo praticamente accolto tutte le rappresentanze della penisola), ma che naturalmente era destinata a soffocare elementi originari come quello del dialetto, alquanto alteratosi e italianizzatosi, particolarmente sul fondovalle.

Folsogno (Re)

Resistono tuttavia delle vere e proprie isole linguistiche come VarzoColloroFolsogno, dove è possibile ritrovare una sorprendente frequenza di temi arcaici e dove rimangono soprattutto i toponimi, tutti prettamente paleo europei, che ci consentono ancora un largo margine di esplorazione. Si tratta di impostare la ricerca su nuove basi, reali e obiettive, facendo giustizia dei preconcetti accademici e classicheggianti ( una deformazione per così dire professionale della cultura tradizionale), tendenti a circoscrivere al latino e al greco ogni matrice linguistica, quando prima di latini e dei greci esistevano i popoli alpini e montanari in genere, che esprimevano una loro compiuta per quanto semplice cultura usando quella lingua primigenia e unitaria con cui appunto hanno battezzato i loro luoghi e che hanno mantenuta viva in un certo lessico impenetrabile ai cultori delle lingue ufficiali.
Il voler far derivare i toponimi dai nomi di consoli romani o da matrici celtiche, è certamente una ingenuità storica purtroppo invalsa finora. Occorre invece battere una nuova strada, sapendo che al momento della conquista romana e ben prima dei Celti, l’Ossola rappresentava un’entità organizzata e produttiva, coi suoi centri abitati la cui denominazione risale al primo popolamento del Neolitico. E neppure possiamo parlare di colonizzazione greca, etrusca, celtica o romana, quando ai grandi popoli servivano solo vie d’accesso ossolane verso il Vallese (sia per ragioni commerciali che strategiche), se mai le risorse minerarie, ma senza immigrazioni massive che avrebbero alterato l’equilibrio naturale tra territorio, risorse disponibili e possibilità di autosufficienza economica. Del resto gli Ossolani furono sempre fieri ma anche prudenti tutori del loro territorio e delle loro tradizioni, con autentiche forme di autogoverno. E questo fu loro possibile proprio perché si dimostrarono avvedutamente aperti alle esigenze di loro più potenti vicini, padani e d’oltralpe, per i loro scambi e rifornimenti vicendevoli che passavano per l’Ossola e che d’altra parte incrementavano il commercio locale. Il che ha permesso agli Ossolani di evitare la necessità di insediamenti con forti contingenti forestieri, cosa che si rese ad esempio inevitabile in Valle d’Aosta per una irriducibile resistenza allo straniero, costringendo i romani a fondarvi una colonia di pretoriani e a romanizzare il più possibile la valle.

Folsogno (Re)

Su queste premesse, la conservazione di caratteri ossolani inaspettatamente preistorici, non appare più fantasiosa. Si tratta solo di enuclearli e interpretarli, a cominciare dal dialetto che, in alcune realtà, rappresenta ancora una eredità atavica in una continuità mai interrotta di generazioni.
                                                  

                                               

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