venerdì 26 settembre 2003

Non è un sogno: è l’Alpe Veglia nelle Alpi Lepontine, zona incontaminata da secoli, conca verdissima a 1750 metri d’altezza


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Diario: Anno VIII – numero 37 – 26 Settembre/2 Ottobre 2003

Gabriella Zipoli

Uno storico alpeggio o la nuova Sestriere?

Varzo. Una conca verdissima a 1750 metri d’altezza, con poche baite di pietra dai curiosi tetti spioventi. Un silenzio rotto solo dai campanacci delle mucche al pascolo. La domenica, gruppi sparsi di gitanti che fanno un picnic sull’erba, negli altri giorni, oltre ai pastori, solo pochi escursionisti di passaggio.

Non è un sogno: è l’Alpe Veglia nelle Alpi Lepontine, zona incontaminata da secoli, parco naturale regionale dal 1978. Ci si arriva da Domodossola, seguendo la statale 33 del Sempione fino a Varzo e imboccando da qui la provinciale per San Domenico, ultimo centro abitato della Val Cairasca.

San Domenico è un piccolo centro turistico, nato negli anni Sessanta: alcuni condomini per villeggianti, qualche albergo e pensione familiare, tre negozi, una seggiovia, un piazzale che si trasforma in parcheggio per auto e pullman nelle domeniche della stagione sciistica e nei fine settimana estivi. Da San Domenico (altitudine 1410m) un sottile nastro d’asfalto porta a Ponte Campo, poche baite alla testata della valle; dopo il ponte sul torrente Cairasca la strada diventa sterrata, percorribile solo a piedi, e risale la profonda spaccatura scavata dal torrente.

E l’Alpe? La si scopre d’improvviso, dopo l’ultima curva: la vasta prateria della conca è il deposito di un lago antico lasciato dal ghiacciaio quaternario. Ecco i laghetti, i massi erratici, le cascate e le rocce levigate; ecco le baite col tetto in beole, dove nei secoli hanno trovato rifugio sia gli uomini (al piano di sopra) che le bestie (di sotto). Veglia dal XIV secolo è un pascolo estivo talmente produttivo da essere lungamente conteso tra ossolani e svizzeri; ancora oggi, dalla festa di San Giovanni (24 giugno) a quella di San Bartolomeo (24 agosto) l’Alpe viene caricata di bovini che pascolano sotto i larici, o in mezzo ai rododendri.

Ma c’è una strega cattiva, in questa fiaba: il Parco del Veglia corre oggi seri pericoli di snaturamento per un progetto di accesso viario completamente estraneo a questo storico alpeggio estivo, habitat ecologico unico in tutte le Alpi. Qualche anno fa fu presentato un piano per la messa in sicurezza della strada sterrata con una galleria, per evitare le valanghe che scaricano a Ponte Campo.

Oggi l’ultima idea è quella di un servizio di filobus, ovvero una funivia che viaggia su strada, tra San Domenico e Veglia. La soluzione, secondo il sindaco di Trasquera, aprirebbe le porte ad un futuro diverso: in primavera si potrebbero portare nel parco i turisti per lo sci di fondo, d’estate con appositi rimorchi verrebbe trasportato al pascolo il bestiame e per tutto l’anno gli alberghi dell’Alpe potrebbero ricevere turisti e rifornimenti. Ma questa «soluzione» comporta la costruzione di una vera e propria strada asfaltata che, per gli elevati rischi di frane e valanghe, dovrà scorrere in galleria per quasi 2 chilometri.

Il costo? 6 milioni di euro, tanto per cominciare, e solo per la galleria. I risultati? L’accesso facilitato comporterebbe un carico di visitatori esagerato per il fragile equilibrio dell’ambiente e sarebbero necessarie strutture turistiche oggi inesistenti sia sull’Alpe che nell’abitato di San Domenico: posti letto, ma anche parcheggi e soprattutto infrastrutture per l’intrattenimento «dopo sci», necessarie viste le condizioni climatiche e le poche ore di luce delle giornate invernali. Il tracciato della strada scorrerebbe su un versante altamente instabile: lo dice un rapporto della Regione che, riconoscendo la composizione detritica del terreno e la sua forte pendenza, fa presupporre la necessità di lavori molto più consistenti rispetto alle previsioni attuali.

La prospettiva è quindi non solo un forte stravolgimento degli aspetti paesaggistici, ma anche – realtà tragica di tutte le opere pubbliche italiane – l’apertura di un pozzo senza fondo per quanto riguarda le risorse economiche necessarie per la realizzazione di tutti gli interventi strutturali. L’utilizzo di Veglia durante l’inverno renderebbe inoltre necessaria la trasformazione del riscaldamento degli edifici, attualmente limitato all’estate e quindi basato principalmente sull’uso della legna: con il passaggio ad altre fonti energetiche si avrebbero evidenti conseguenze in termini di costi e di inquinamento, oltre a problemi di rifornimento.

Una vecchia eredità. Il piano presentato non ha il grado di dettaglio necessario per questo tipo di opere; anzi, chi abita in zona riconosce un evidente riciclaggio di un progetto di intervento finalizzato, anni fa, esclusivamente ai mezzi da lavoro necessari all’Enel per effettuare un collegamento tra Veglia e Devero. Questa impresa è stata poi realizzata in modo diverso (tra l’altro con interventi distruttivi del territorio e spendendo più di 100 miliardi di lire), lasciando però in eredità una bozza di progetto (già pagato dai contribuenti e dagli utenti Enel senza essere stato utilizzato per lo scopo originale) che ora qualcuno pensa di riverniciare con la realizzazione della strada per Veglia, approfittando di alcune congiunture favorevoli: governo, Regione e Provincia politicamente omogenee e l’eventualità di possibili finanziamenti per le Olimpiadi invernali del 2006.

Gli Amici dell’Alpe Veglia, Legambiente, ItaliaNostra e WWF temono lo stravolgimento di un ambiente straordinario, tutelato dall’Unione Europea perché risultato di una secolare interazione tra natura e civiltà. I soliti ambientalisti nostalgici, contrari al progresso? Tutt’altro: si tratta solo di evitare che ancora una volta si proceda a grandi investimenti e progetti per inutili «cattedrali nel deserto», che di certo non si possono considerare elementi di progresso. Invece di prevedere «una nuova Sestriere» sarebbe necessario puntare sul miglioramento dell’esistente, nel rispetto della natura e della civiltà umana che con essa si è intrecciata nel corso della storia.

Il progetto della galleria, per quanto ancora non ben definito, mette già in evidenza la sproporzione tra gli ingenti investimenti necessari e le scarse ricadute economiche e sociali che ne deriverebbero ai residenti, a danno dell’idea stessa di Parco.

Meglio destinare le risorse disponibili al risanamento ed alla messa in sicurezza dell’attuale accesso: per permettere anche alle generazioni future di godere dell’Alpe Veglia, meglio continuare a raggiungerla a piedi (in meno di due ore di cammino).

Si riuscirà a proteggere questo Parco? È la speranza che in una domenica di settembre si è legata ai fili dei mille aquiloni che hanno colorato il cielo dell’Alpe Veglia, per chiamare a raccolta chi ha compreso l’importanza del turismo escursionistico e di qualità, per la difesa e la riscoperta dei valori della cultura e della storia alpina.